Introduzione

 

Che pure la nostra Garrufo, l’antica Castrum Rufi della famiglia della gens Rufa ascolana (ah, quel Lucio Tàrio Rufo ben remunerato dall’imperatore Augusto per i suoi successi militari, se vogliamo credere alle storielle!), che pure la mia Garrufo abbia oggi il suo bell’album fotografico iniziante dagli anni ’20 del secolo scorso, ci riempie di gioia, ci rituffa lietamente alla nostra primissima “infanzia” che per me iniziò, anni ’30, nella bella fattoria del prof. Manlio Cerulli Irelli edificata prima del 1910 sotto la responsabile sorveglianza di mio nonno Vincenzo, “la cui giovane fiorente vita, dedicata alla famiglia, ai teneri quattro figli, alla moglie adorata, spense a soli 36 anni il piombo nemico, sulle contrastate alture del Carso…” (2 luglio 1917) e mia madre Evelina, la primogenita, aggrappata alle vesti degli zii Pompeo ed Emilia aveva soltanto 9 anni!

Nei miei primi 18 mesi dalla nascita (s’andò poi a Sant’Egidio, per la Cassa di Risparmio di mio padre Pierino) ma anche in séguito, in altre occasioni, ci curava un medico gentiluomo sempre sorridente, il dr. Alessandro Cornacchia, Gnòre Sandrí, il barone delle Torri (il suo primogenito Filippo mio coetaneo) presso Torano, Torano-Turranum, o forse da una Vènere dell’amore e della bellezza, “una dea etrusca Turan corrispondente  alla greca Afrodite […], panneggiata oppure nuda, con varî ornamenti, e con gli attributi del melograno, del fiore, della colomba e del cigno”, che nella nostra Valle non son mai mancati; ed a proposito dell’«attributo» della colomba come non citare l’altro detto toranese-garrufese “Mariuccia” de le Case Nove / arimitte li picciú ka mo’ lu piove”?

Le Torri, dunque, la villa/castelletto con la chiesa di San Martino ornata d’antichi affreschi, alta sulle dolci colline coperte di vigne declinanti sulla sinistra della Vibrata e ben visibili dalla nostra fattoria, le Torri che fin dai tempi di Carlo Quinto “imperatore di tutte le Spagne” pare fossero dotate anche d’una colubrina, la kuelembríne, antico pezzo d’artiglieria a canna lunga; e questa colubrina, adesso, ci riporta all’Ottocento dell’assedio di Civitella del Tronto: « a lu Forte de Civitelle / ce statàve la kuelembríne / e lu “generale” Sepíne / che la stave a guardejà. // a lu Forte de Civitelle / se sentave sonare la bande: / kille sòne li brehande / ke se vòlerrubbare a me!» In quanto a Sepíne, o Sepenò (Zopíto Valentini? ahi la memoria), era uno di quei “resistenti” civili armati e foraggiati dai Borboni, se la ricordiamo bene la storiella.

Ma questi son fatti troppo personali, d’accordo, e tuttavia rientrano nel più ampio discorso di quella fattoria di 30 “coloni” amministrati sino alla fine da zio Giovanni presidente dei periti agrari di questa provincia: l’anch’egli compianto zio Giovanni che con tutti gli altri Carissimi, nei dorati anni ’30 e negli anni bui della guerra con la colonna corazzata tedesca insediatasi in piazza sotto olmi e cipressi tra l’edificio scolastico mussolinesco dove eravamo sfollati e la casa dove nacqui di nonno Ginesio verso La Croce e i Consorti e dall’alto piovevano lucenti razzi di segnalazioni cosicché ci riavventurammo tutti per Teramo riattraversando torrenti con ponti rotti sulla “cacciatora” e il cavallo guidati da Dmì, Domenico, marito di ’Sabetta e padre di ’Lena che in fattoria lavoravano ed erano “di casa” e a Teramo dove mio padre bancario s’era dovuto trasferire nel 1941 per farmi frequentare a 10 anni l’unica scuola media della provincia, la “Noè Lucidi” (oh i miei compagni più cari tutti del ’31: Arduini, Morriconi, Forti, Pieranunzi, Savocco!), a Teramo purtroppo – nelle quattro stanze d’una casetta alla curva di via del Castello della Monica consegnataci dal “commissario degli alloggi” – dovetti assistere in séguito al transito dei camion e dei cannoni tedeschi che salivano contro i partigiani del Bosco Martese sui Monti della Laga, e mi fermo qui perché non ne usciremmo vivi con tutto quel che successe…; zio Giovanni dunque e gli altri che sì, carissimi stretti Parenti negli anni ’30 e negli anni bui, ci aiutarono ed assistettero in ogni modo, ma che negli anni ’40 per noi gli anni liceali (maturità nel 1949) – e rientriamo in tema – furono tutti tutti, chi per un verso chi per altro, il nostro magistero e la nostra università vera, sperimentata sul campo, altro che Lettere classiche a Bologna! E la sede universitaria fu la fattoria del prof. Manlio Cerulli Irelli libero docente di Filosofia morale a Roma, Manlio fratello del dr. Berardo di Villa Corallo già Spinozzi ai piedi della Selva (allora!) e del sen. Giuseppe cui apparteneva anche la villa liberty di Giulianova; la fattoria operosa e ciarliera (i maiali depezzati dai Costantini e “li saggicce che pènne da hadde / il mio core nen pénze a haddre”, la trentina di colonìe sparse soprattutto tra Sant’Egidio e Sant’Omero e fors’anche a Nereto, e l’arguzia l’acuzie le fiabe i detti i proverbi dei coloni dove in luglio col calesse mi portava “in vacanza” lo zio, per la strada dei Colli di Sant’Omero (i sepolcri preromani!) o per la Ascoli-Tortoreto stazione, a contare i sacchi della trebbiatura ma era in fondo un suo stratagemma per far felice me e per evitare lui il “pranzo del fattore”, quindi diventavo il “vice” e sulla tavola compòsita lunga apparecchiata con tovaglie di lino tessuto a mano e con le stoviglie migliori, gustavo – eravamo nel dopoguerra – dopo l’antipasto il brodo ed i lessi, timballi o chitarre di favola ed arrosti vibratiani non obliabili, col rammarico di non poter tracannare i bianchi ed i rossi vibratiani ciò che invece facevano anche i trebbiatori sopra il “pannone” disteso accanto al pozzo all’ombra dei gelsi da baco (“li muóre”), essi però serviti con le sole pietanze asciutte; quegli stessi coloni che tra settembre ed ottobre nel “regno” (il gremium?, il grande pigiatoio di legno degli anni ’30 prima dei torchi e delle altre diavolerie), ho visto la tresca dionisiaca – ebbra e festosa – dei piedi nudi di quei non dimenticati coloni, ed il “regno” era proprio nel giardino della villa Cerulli Irelli e Tenerelli nell’ala vecchia ormai granaio, la villa «de lu patro’» il patronus appunto, ad un tiro di schioppo dalla fattoria, dove pure le vacanze di Natale risultavano memorabili. Fattoria e coloni che continuavano essi proprio a dar vita a Castrum Rufi, poi dei Bizantini dell’imperatore Giustiniano (i suoi áurei a S. Maria a Vico visti dal soprintendente Cianfarani), poi dei Longobardi poi dei Franchi etc. etc., e quei cipressi superstiti mi hanno sempre ricordato che tanti tanti dovettero piantarli San Benedetto e sua sorella Santa Scolastica molto venerata da queste parti “llà a Chiavarí”, tra Garrufo e Vibrata, e tra Corropoli e Bivio dov’è l’altra sua fonte sacra ausiliatrice delle puèrpere che se mangiano tanto in suo onore il 10 di febbraio «anche alle nonne in caso di bisogno si gonfiano di latte le “piccine”» come più o meno ci raccontava in un suo aureo libretto il prof. Biagio de Berardinis (La valle della Vibrata nella storia e nell’arte, Senigallia 1908); e, grazie ai coloni, la scuola mussolinesca, la chiesa, la posta, gli artigiani, il barbiere, il bar, la corriera, il garage delle autolinee Forlini, le fontanelle pubbliche...

E all’improvviso tutto questo (tanto tant’altro, pure di non dicibile, è rimasto nel sacco) c’è ripiombato addosso con le più di settanta foto di questo bell’album, curato dal dr. Enrico di Carlo che ha funzioni nella biblioteca dell’Università di Teramo e che ha sposato l’ins. Maria Rita figlia del compianto Galliano di Battista e di Esterina di Matteo, ed ardentemente voluto da Gabriellino di Leonardo e dal caro Carlo di Clemente presidente della Pro Loco che ha già realizzato notevoli manifestazioni culturali e gastronomiche con i suoi bravissimi collaboratori.

Le 8 sezioni del volume – Paesaggi, Ventennio, Famiglie, Matrimoni, Vita religiosa, Vita agreste, Mestieri, Gruppi, Scuola, Momenti di svago – contengono foto esilaranti e commoventi, molte son vive di congiunti, di ciascuna vorremmo dir qualcosa, vorremmo… Ammirate ad esempio la prima (in copertina): in una vecchia cartolina “Piazzale della Fontana” nell’edificio a sinistra è spalancato un portone terreno che con due tre scalini immetteva in una “cantina” pubblica seminterrata dove si giocava con le napoletane, si facevano le passatelle e ci si ubriacava; ebbene, mi raccontavano che, forse, in età borbonica e ad alta notte, portone sprangato, si sentiva un tal chiasso e fracasso che arrivarono le guardie e bussarono: “Chi è? La Forza! Beh, qui non potete entrare che ci sta la Debolezza!”

Del “Ventennio” non diciam nulla tanto sono eloquenti le immagini, ma davanti alla Chiesa, voluta se ben ricordo dai Polacchi “invasori”, quanti volti anche perduti, la gentile maestra Ines Guazzo parente dei de Solis, padre Natale Cavatassi passionista, il caro don Berto, don Umberto Merlonghi ascolano d’una frazione di Rotella venuto dal Seminario di Trieste dove gli zii l’hanno accolto e fatto studiare e che ha affittato la casa vuota de la kummàreMbine (Alberinda!), sorella dell’imprenditore Attilio di Battista, e la prozia Melisenda sorella di Firmino e mia cugina Teresa giovinetta… In “Vita agreste” poi le museruole di quei bovi aggiogati all’aratro o ancora – dietro il fontanile/abbeveratoio con le conche – quel fienile ben commesso come una casa e nella foto seguente l’architetto acrobata che lo sta costruendo e nella n. 36 la strabiliante carriola artigianale; nei “Mestieri” donne che ricamano, il calzolaio, la barista, il barbiere… mentre sorvolando i “Gruppi” mi son dovuto fermare su tre immagini che m’hanno commosso ed interessato ovviamente più d’altre: la n. 51 dove mi ritrovo (grazie!) con una zappa in mano nel settembre 1952 ai bordi della fossa d’una tomba “a cappuccina” sconvolta con diverse altre dalle prime arature meccaniche davanti a Skiauótte, la colonía dei di Leonardo prossima al frutteto ed alla villa (si vede) ed anche alla fattoria, e dentro la fossa con i carissimi bel Galliano compianto suocero del nostro Di Carlo, Kautuccio (abbiamo dimenticato di dire che questa dei cognòmina, cioè dei soprannomi, qua è anch’essa una diffusa eredità dei Romani) cioè Claudio di Leonardo che ha prestato non ricordo a chi la propria macchina fotografica per la foto ed un altro amico Damucce, Adamo di Leonardo con il figliolo Dino (altre due foto dello scavo sono nel mio L’Abruzzo antico, Rai-Carabba 1979, dove son pubblicati 64 dei più di 100 articoli che il direttore della sede RAI di Pescara, Dino Tiboni, mi aveva fatti registrare e trasmettere in quegli anni): sugli émbrici (tegolonii) è il corredo che accompagnava l’umile colono nell’Aldilà; il vaso e le anfore con i cibi, la lucerna di terracotta (la lúme) per farsi luce, i chiodi della cassa di legno perduta, il cúlter/coltello/rasoio di ferro per radersi e una monetina imperiale di bronzo patinato con un Cesare ed un “ponte sul Danubio” (Traiano anche qua? tra primo e secondo secolo dopo Cristo venne un imperatore dalla Germania a ridare ai disordini di Roma un’età aurea davvero), monetina al nocchiero Caronte per poter “passare il Fiume” dell’eterno; e la foto seguente, 52, all’angolo tra la piazza e la strada dinanzi al bar di Aduccia ovviamente chiuso, Olmea Ricci, lo zio Vincenzo che è tornato a Garrufo dopo le vicende di Siena e di Pesaro e la morte recente di zio Dante, la cugina Filomena, i prozii Galliano, Fiorindo e Raniero di Battista con la Consorte (credo sian loro che qui si festeggiano) ed altri ben noti di cui la memoria mi vieta i nomi; ma quale commozione e quanto compianto rivedere a destra la bimbolona cuginetta Pasquina, sposa a Vincenzo Rasicci che tornata dal viaggio in Messico dovette dare alla luce prematuramente nell’ospedale di Perugia il bravissimo Francesco ch’è il suo ritratto e subito dopo si spense. Ma pure quanta tristizia, quest’album, alle fatali scadenze: Ungaretti diceva che “il ricordare è di vecchiaia il segno”; ma non è vecchio, neppure oggi, il baldo ciclista a sinistra della 56, il prof. Amadio Galiffa che ha sposato mia cugina Teresa e che è soprannominato Kusè (di un individuo che non va: “quille è stuórte come la Ubbràte sotte a Kusè). E qui dobbiamo far punto con le foto, trascurare persino Aduccia in bici sulla strada per Sant’Egidio…

Ma i coloni i coloni, le coloníe le coloníe; se quel “ponte sul Danubio” ci riporti a Cesare Nerva Traiano Augusto Germanico, cioè Traiano imperatore tra primo e secondo secolo dopo Cristo; perché lui – a differenza del patronus prof. Manlio che ha “liberato” tutti magari vendendo terreni e casolari a quelli che han voluto continuare – lui, Traiano, rese liberta, cioè liberò la propria schiava Claudia Edònia con suo figlio Tiberio Claudio Imerio (figlio dello stesso Traiano? chissà?) e le donò terre poderi e schiavi al centro della Valle dove però Imerio (Sante Mière, Sante Mire) morì giovinetto non lontano dal tempio di Ercole proprio l’8 di febbraio e dentro questo tempio del dio della Forza (ricordate le sette fatiche?) oggi S. Maria a Vico è murata ancora la bella lapide in caratteri augustei trovata ai primi del ’900 quando a Nonno fu permesso di far edificare nuove case coloniche compresa quella d’Alfonso Costantini (Finzúcce de Ciankì) che dal Carso ritornò; e in quella lapide s’imponeva ai “Cultori di Ercole che sono in VICO STRAMENT (cioè “stramentario” o “stramenticio” ma sempre di paglia e fieno si parla) di banchettare a crepapelle ogni anno e in perpetuo il giorno 8 febbraio natale di Imerio defunto e se ciò non faranno dovranno pagare ai cultori delle immagini di Cesare nostro, cioè i «dazieri», 200 sesterzi di pena”. Imerio/Sante Mière morì dunque padroncino privilegiato, e qui non torniamo alla consonanza del 10 febbraio della benedettina Santa Scolastica; ma tutti gli altri coloni “schiavi” che per secoli e secoli si son rotte le ossa curvi sulle terre tra i Gemelli e l’Adriatico? L’hanno avuti un banchetto ed un lapide augustei ad onorare le loro fatiche? Ma hanno meritato finalmente questo album, che li onora, ed onora la nostra la mia GARRUFO, che ci sta sempre nel cuore.

 

                                                                                                      Giammario Sgattoni

 

 

 

 

·        indietro